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Archivio di Culuccia / "Da 60 anni solo nella mia isola"
Corriere della Sera - La Domenica del Corriere 23/10/1982 pagina 30, 31, 32, 33 e 37 
Autore: Antonella Amendola


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ESCLUSIVO – Straordinario incontro con un eremita sardo, "ziu Agnuleddu", 

È la prima volta che l’ottantenne Angelo Sanna accetta di raccontare la sua incredibile storia. «Ero impiegato alle poste» ricorda, «quando mio padre mi disse: figliuolo, io fra un po’ sarò chiamato dal Signore. Tu a questo punto devi scegliere: o fai la carriera statale o ti dedichi all’amministrazione delle terre di famiglia. Scelsi le terre e da allora lasciai per sempre la civiltà»

A vederla sulla carta, vicino alla Sardegna, l’isola di Coluccia non è che un modesto punto dell’arcipelago maddalenino, una delle tante terre scoscese e pietrose che circondano a mo’ di ghirlanda l’ampia e ventosa Maddalena, unita da un sottile istmo alla verde Caprera. Ma al viaggiatore che con una barca di fortuna cerchi di approdarvi risuonano nelle orecchie i duri avvertimenti della gente del luogo.

È maledettamente difficile metter piede in quel posto. Dall’alto della sua rocca il “padrone” spia con un potente binocolo i movimenti degli incauti forestieri. Lo vedrete arrivare a spron battuto sul suo cavallo e con parole decise v’intimerà di non turbare la pace del suo regno.

Cattivo auspicio per chi deve andare a intervistarlo. In compenso, a rincuorarci gli animi, c’è l’allegria di un giovanotto bruno al timone della barca, il pescatore Mauro. «Se ne dicono tante in giro, ma io che da molti anni faccio la spola tra la terraferma e Coluccia posso assicurarvi che il padrone, o meglio ziu Agnuleddu, è sì un uomo diffidente ma non inospitale. Vedendovi in mia compagnia non vi caccerà. Che volete, lui è qui da sessant’anni proprio per starsene in serenità. Non vuole sentirsi esposto alla curiosità della gente.

Attraccata la barca in una deliziosa caletta, attendiamo così qualche minuto nell’incertezza. Poi possiamo tirare un sospiro di sollievo: ziu Agnuleddu non è sulle difensive perché non arriva in groppa a Lambretta, l’ironico nome del suo vetusto ronzino, a ricacciare indietro gli inopportuni. Segno che il patriarca, l’ottantenne Angelo Sanna, aspetta nello stazzu, in cima alla montagnola, che la comitiva si avvicini e palesi le sue intenzioni. E così per cinque chilometri camminiamo arrancando in salita per un sentiero più adatto alle capre che a noi sentendoci sempre addosso gli occhi del misterioso vegliardo che, come dice Mauro, «se ne sta incollato alle lenti del binocolo per mettere a fuoco la novità.

Finalmente, in un’aia polverosa dove razzolano maiali e galline, di fronte a una piccola casetta imbiancata di calcina, il vecchio possidente terriero, re indiscusso di questo paradiso terrestre che si estende per 320 ettari, si fa innanzi con fare deciso. È minuto, asciutto, con il volto arso dal sole e dalla salsedine e le grosse nocche delle mani come ritorte nel legno. Una secca presentazione d’ambedue le parti e siamo già all’interno della modesta dimora dove ziu Agnuleddu, davanti a un bicchiere di vermentino, si schermisce.

«NON SONO UNO ZIMBELLO»

«Giornalisti? Ma che cosa ho da dire io? Ma a chi può interessare una vita come la mia che si è sempre svolta nell'ombra? Per carità, ho faticato tanto a crearmi un angolo di pace e adesso me lo volete mettere in subbuglio con la pubblicità. Via, siamo seri: non voglio essere trattato da zimbello. Se siete venuti come amici sto volentieri a far quattro chiacchiere con voi, ma niente registratori e soprattutto niente macchine fotografiche. Anzi, facciamo così, oggi sono piuttosto stanco, ma se tornate domani vi preparerò un bel pranzetto o staremo insieme tutta la giornata». Come primo approccio, non c'è male. Il giorno seguente, intorno a una tavola imbandita con pasta al sugo di pesce, granchi in guazzetto, melanzane ripiene e pecorino, «tutte pietanze caserecce che escono dal ventre di Coluccia», come sottolinea il nostro ospite con orgoglio, ascoltiamo dipanarsi lentamente, con il timbro di un perfetto italiano, la matassa di una storia personale che ha veramente dell'incredibile. Un uomo che potrebbe vivere negli agi perché molto più che benestante ha dato da sessant'anni l'addio al mondo civile, senza una apparente e plausibile ragione. Quella che poteva essere la tranquilla esistenza di un ricco signorotto di campagna è diventata una dura lotta contro le avversità del tempo e della natura di un personaggio che sfugge a ogni regola di classificazione.

IL NONNO E GARIBALDI

Eremita? Asceta? Filosofo? Ziu Agnuleddu è tutto questo e qualcosa d'altro ancora. Ascoltiamo la sua lunga storia.

Chi è ziu Agnuleddu?

«In Gallura tutti conoscono la famiglia Sanna perché apparteniamo da sempre al ceto dei possidenti terrieri. Anzi, posso vantarmi di avere un avo molto illustre, il nonno Comita, che ebbe il privilegio di diventare amico di Garibaldi. Stando ai ricordi infantili, a quei lunghi conversari che si facevano d'inverno intorno al fuoco, il padre di mio padre era, insieme con un altro benestante di nome Pietro Pelosi, una delle poche persone che l'eroe voleva intorno a sé durante le battute di caccia nel territorio. Quando Garibaldi si era ritirato a vita privata, aveva investito i suoi modesti risparmi nella casetta di Caprera e aveva cercato tra i maggiorenti del posto dei fidi amici con cui dividere le ore di svago. A questo proposito è tramandato un simpatico episodio: la prima volta che si conobbero il generale, stringendo la mano del nonno, gli disse scherzoso: “Comita? Tutti i nomi che finiscono con la Iettera a sono nomi di donna, perciò, non ti offendere se ti ribattezzo Comito”. Fra i due nacque quindi un rapporto spontaneo di cameratismo, il racconto delle cui vicende ha popolato i miei anni verdi. Con quanta meraviglia e stupore ascoltavo il nonno riandare con la memoria a quei tempi eroici! Garibaldi, tutti lo sanno, era una persona eccezionale e dimostrava attenzioni speciali per coloro ai quali voleva bene. Per esempio, quando si sposò un figlio di Pietro Pelosi, egli fece imbarcare da Caprera un cannone trainato da due cavalli e, giunto sulla terraferma, sparò a salve in onore della novella coppia. Insomma, si può dire che il nonno fu testimone degli ultimi anni di quella superba vita spesa con tanta generosità. Si trovò anche con Pelosi al capezzale del morente, esattamente un secolo fa».

Lei ebbe rapporti con la famiglia dell'eroe?

«Una delle poche volte che ho abbandonato il mio eremo della Coluccia mi son recato proprio a Caprera dove era ancora viva Clelia Garibaldi, ultima figlia dell'eroe. Ho parlato a lungo con quella cara signora che, congedandosi, mi lasciò un bel libro autografato. Peccato che quel prezioso ricordo mi è stato sottratto da un mio sedicente nipote: non so darmene pace. Lei capisce, quindi, perché, scottato da quell'esperienza, ora sia un tantino diffidente nei confronti di coloro che sbarcano alla Coluccia manifestando intenzioni amichevoli. E poi, che cosa vuole, sono vecchio: voglio vivere tra i mici ricordi. Perché il mondo si dovrebbe interessare di me? Non voglio apparire sui giornali».

«SOLO UN SARDO PUÒ CAPIRMI»

Suvvia, Ziu Agnaleddu, non vorrà negare la legittima curiosità per un personaggio come lei che ha rinunciato ai piaceri e al confort della vita moderna per relegarsi in un paradiso selvaggio. Che cosa l'ha spinta a una tale scelta?

«Ma, credo che il mio destino sia stato segnato da una serie di ragioni e occorre fare un passo indietro nel tempo, agli anni tra le due guerre. Vede, io sono nato in una famiglia dai saldi principi in cui vigeva come supremo imperativo la custodia della terra. Solo un sardo può capire queste cose: uno del mio stampo preferirebbe patire la fame piuttosto che cedere un palmo della terra che ha nutrito i suoi ascendenti. Orbene, il primo conflitto mondiale portò via mio fratello maggiore: una perdita terribile che tolse per sempre il sorriso dalle labbra dei mici poveri genitori. Rimanemmo io e mia sorella a tentare di rallegrare il palazzo di Santa Teresa di Gallura divenuto d'un tratto angosciosamente vuoto con le sue venti stanze. Mentre mio padre si occupava dell'amministrazione dei beni e mia madre si dedicava sempre più a opere pie, io conclusi gli studi tecnici e, entrato nei ranghi della burocrazia statale come impiegato delle poste, mi accingevo a proseguire nella carriera quando papà mi chiamò e mi fece un discorso molto franco. "Figlio mio" disse "ormai sento prossima la chiamata del Signore e voglio parlarti con il cuore in mano. Tu hai di fronte a te due possibilità: continuare nel tuo esercizio di pubblico ufficiale oppure dedicarti anima e corpo alla tutela e alla buona amministrazione delle nostre terre. Io non voglio forzare in alcun modo la tua inclinazione. Decidi come meglio ti pare". Non esitai un attimo e, abbandonati i lussi cittadini, gli ozi nei bar, lo "struscio" all'ora di cena quando il passeggio si affolla di gioventù festosa, gli abiti confezionati dal miglior sarto, indossai i rudi panni del contadino e a cavallo della mia giumenta mi misi a condividere la vita dei mezzadri nelle plaghe interne della costa. In quel periodo ebbi anche modo di fare dei sopralluoghi nell'isola di Coluccia e me ne innamorai».

UNA FANCIULLA BELLISSIMA

Mi scusi se interrompo il suo racconto, ma a Porto Pozzo si dice che il suo eremitaggio sia dovuto a una delusione d'amore. È vero? Lei è mai stato innamorato?

«A me non importa quello che dice la gente. Lasciamo perdere. Però alla domanda così schietta che Iei mi ha fatto è buona costumanza rispondere. Ebbene sì, quando ero studente alla Maddalena conobbi una bellissima fanciulla, figlia di un tenente medico, e ci fidanzammo: un'intesa platonica come ci può essere tra compagni di scuola che certamente sarebbe sfociata in un'unione più solida se, come un fulmine a ciel sereno, non fosse capitato un crudele imprevisto. Il padre della ragazza fu trasferito da un giorno all'altro e io persi le tracce del mio bene piombando in un baratro di dolore. Pensi un po' che da allora non ne ho più saputo niente. Quante volte ancora oggi, nelle lunghe notti d'inverno, mi viene in mente il suo volto e invano m'interrogo sul suo destino. lo per parte mia non ho più pensato al matrimonio e, avendo perduto i genitori, ho maturato a poco a poco l'idea di venire a vivere da solo a Coluccia».

Perché?

«Sono un tipo molto schivo: alla confusione degli uomini ho preferito il silenzio della natura. E non mi pento di questa scelta. Ma lei ha visto che cosa è oggi la Costa Smeralda? Ovunque alveari fitti di gente con la radio a tutto volume. Eppoi bande di capelloni, corruzione, droga, sacchetti di plastica gettati in ogni dove a far scempio di una terra che ser secoli era rimasta tale e quale il buon Dio l'aveva creata. C'è poco da stare allegri. Chissà, forse io ho ivuto una premonizione e per tempo mi sono rifugiato nel mio eden e può star certa che, finché avrò vita, qui quei fenomeni non arriveranno mai. Difenderò la mia terra con le unghie e con i denti».

Ma è vero che i potenti la corteggiano e sono disposti a farle cifre astronomiche perché lei venda l'isola?

«E come no? I conti Donà Delle Rose, per esempio, son venuti a parlamentare fin quassù: li ho trattati con cortesia ma ho respinto ogni offerta. Guardi, anche se venisse l'Aga Khan, il principe Karim, sarebbe la stessa solfa. A che mi servirebbe un conto in banca da capogiro quando qui io ho tutto ciò di cui ho bisogno? La mia vigna, che ho recintato con tanta pazienza pietra dopo pietra, dà il vermentino più generoso di tutta la Sardegna; le mie capre, che chiamo una per una con dei nomignoli dialettali, mi danno latte in abbondanza e so cavarne fuori un cacio così saporito da leccarsi i baffi. Ho le galline con uova fresche ogni giorno, a dicembre ammazzo i maiali e confeziono salumi per tutto l'anno, eppoi qui è zona di selvaggina di passo e ziu Agnuleddu è lesto a imbracciare il fucile più di un ventenne. Con il mare ho dimestichezza fin da bambino e quand'anche per disgrazia la rete dovesse tornare a galla vuota conosco a menadito le tane dei granchi e dei polpi. Non parliamo poi dei frutti degli alberi e dell'orto. Insomma, la mia è la mensa di un re e mi concedo il lusso di farmi venire di tanto in tanto il pane fresco da Porto Pozzo: non per gola, perché il pane potrei farmelo benissimo da solo, ma perché mi piace ricevere dalla terraferma il segno tangibile della laboriosità dell'uomo. Lo considero come un buon augurio. Inoltre Mauro, il giovane pescatore che disbriga quest'incombenza, è un caro ragazzo. Mi da piacere vederlo, scambiare qualche chiacchiera, affidargli qualche piccolo servizietto utile come la spola con la casella postale di San Pasquale».

Lei ha amici? Riceve lettere?

«Vede, nel periodo estivo capitano alla Coluccia barche con a bordo bagnanti. Il più delle volte sono persone maleducate che vanno subito a curiosare nella vigna e senza ritegno spargono ovunque rifiuti: a questi bellimbusti so dare il benservito. Che fuggi fuggi quando mi presento bellicoso a cavallo con lo schioppo! Con i visitatori, e purtroppo sono la minoranza, che si dimostrano civili e rispettosi mi faccio incontro affabile e li invito al mio desco. Molto spesso sono stranieri e mi diletta tanto sentir parlare di usi e costumi di paesi lontani. D'inverno, invece gli ospiti, pochi amici sardi, sono piuttosto rari e passo settimane e settimane con la sola compagnia del rumore del vento».

LA SVEGLIA ALLE CINQUE

Non si annoia?

«No. I vecchi come me hanno tante cose da ricordare e in primo luogo le care memorie dei defunti sicché non sono mai propriamente soli. Eppoi la mia giornata lavorativa è molto intensa. Mi alzo alle cinque e ho da rigovernare il bestiame e da mungere le capre. Passo poi ai lavori stagionali della terra e quindi mi apparecchio un parco desinare per mezzogiorno. Nel pomeriggio mi dedico a piccoli lavori casalinghi e di manutenzione; indi, al calar del sole, quando mi sono sincerato che tutte le bestie abbiano fatto ritorno dal pascolo e siano al sicuro negli stazzi, faccio un giro di perlustrazione nell'isola e, tirato il paletto, mi chiudo in casa. Mi godo così un piacevole riposo preparando qualche piatto succulento, ascoltando le notizie della radio, leggendo qualche buon libro come i romanzi della Deledda, le biografie di Garibaldi, le vite dei santi».

Mi permetta di farle una domanda forse troppo brusca. Lei vive solo e ha una certa età: non pensa mai, andando a letto la sera, che potrebbe essere colto da malore senza aver la possibilità di essere soccorso?

«Le dirò che ho una ricetrasmittente che però da un bel po' è andata in panne e sa che cosa faccio io? La tengo li a gracchiare e non m'importa un bel nulla di farla riparare. lo e il buon Dio abbiamo un filo diretto senza diavolerie meccaniche: lui mi chiamerà quando sarà giunto il mio momento. Tutto qui. La morte è soltanto questo campanello che trilla nell'attimo prestabilito e lo fa per tutti, anche per chi sta nei grattacieli delle metropoli con tanto di telefono a portata di mano. Vede, non lo nego, molto spesso quando avverto dolori o fastidi vado a letto impensierito. Però, dopo un buon bicchiere di vernaccia, tra le lenzuola a poco a poco mi calmo e mi prende una dolce rassegnazione: sapesse come è bello la mattina riaprire gli occhi e vedere il sole! Ecco, questa solitudine mi ha insegnato un qualcosa di meraviglioso. Per me, ogni giorno che viene è un dono e so quindi apprezzarlo fino in fondo e renderne grazia a chi di dovere.

Lei è molto religioso?

«Come avrei potuto senza la fede separarmi dal consorzio umano? Certo qui non ho agio di accedere ai sacramenti e ascolto la messa solo per radio, però credo di essere un buon cristiano. Comunque, non sta a me giudicare. Ci tengo soltanto a sottolineare una cosa: certe leggende, certe dicerie mi dipingono come un misantropo, un uomo che non ama i suoi simili. Non è assolutamente vero. Per quello che posso, cerco di tenermi informato su quello che avviene nel mondo e sono sinceramente in pena per il mio prossimo».

Che cosa intende dire? Perché è addirittura in pena?

«Lei conoscerà meglio di me tutte le sofferenze, le guerre, le ingiustizie che fanno tribolare i nostri contemporanei. lo sono vecchio, ho fatto il mio corso, ma a voi giovani quale mondo si prospetta? Sono molto pessimista. Durante l'ultima guerra vissi giorni da incubo. Lei sa che a Maddalena c’è una grossa base della marina: ebbene, i bombardamenti erano continui e questo specchio di mare, che oggi è il tranquillo paradiso degli yacht, di notte era illuminato a giorno dalle luci dei bengala. La gente scappava all'impazzata su barchette di fortuna e i più perivano inghiottiti dall'acqua. Una scena d'apocalisse che è rimasta per sempre stagliata nella mia memoria. Allora, ingenuamente, pensavo che quella sarebbe stata l'ultima guerra. E invece ho dovuto purtroppo ricredermi, ma suvvia, non voglio tediarla. Parliamo di cose allegre: mi dica per esempio perché voi giovani avete sempre tanta voglia di divertirvi e una ne pensate e cento ne fate?».

Non le piace la nuova generazione?

«Mi sembrate un po' sballati, tutto qui, però mi siete simpatici. Non approvo certi modi di pettinarsi e di vestirsi, però anche tra voi c'è brava gente. Ogni tanto qui capita qualche campeggiatore squattrinato che si presta a darmi una mano nei campi per un po' di cibo: alla fine, si affezionano tutti come dei nipotini. A proposito, voglio raccontarle un episodio divertente. Non molto tempo fa con il binocolo scorsi all'approdo un tipo strambo, tutto dinoccolato e con le chiome arruffate. Impensierito, mi avvicinai armato e quello scorgendomi alzò le mani e cominciò a gridare: "Sono Antoine, non sparate". Per me quel nome non voleva dir nulla perché non so niente del mondo delle canzonette. Comunque, per farla breve, mi avvicinai con miti intenzioni e scambiammo così le presentazioni. In modo concitato e con gli occhi stralunati egli mi spiegò che era un grande cantante francese. Gli chiesi allora di darmi un saggio del suo virtuosismo e quello cominciò a divincolarsi con certe piroette astruse urlando versi inconsulti. Che giornata memorabile! Quel mattacchione cominciò a saltare in mezzo al bestiame con una smorfia più ridicola dell'altra e io non riuscii più a trattenere le risa. Che pazzo simpatico! Ai miei tempi lo avrebbero rinchiuso in qualche manicomio. Pazienza, evidentemente i giovani oggi son fatti così».

«NON MI FIDO DEI POLITICI»

E i politici, gli uomini del potere, come son fatti, secondo lei?

«Di quelli non mi fido per niente: sono i primi a dare il cattivo esempio. Pensi che l'estate scorsa m'imbattei in un cacciatore di frodo che alle mie rimostranze sbandierò, per intimidirmi, la sua alta carica di magistrato sassarese! Riuscii a espellerlo dall'isola solo quando si rese conto che non scherzavo e che stavo per mettere in acqua la mia barchetta a remi onde raggiungere il più vicino posto di polizia per sporgere denuncia. Ma non bisogna fare di ogni erba un fascio: il presidente Pertini è proprio una gran brava persona e mi piace tanto. Avrei voluto conoscerlo quando è venuto a Caprera quest'anno per le celebrazioni garibaldine, ma, cosa vuole, la folla mi fa paura e non me la sono sentita di abbandonare Coluccia. Però, chissà, un giorno potrebbe capitare da queste parti e allora gli andrei incontro felice pregandolo di considerare la mia terra casa sua così come fece mio nonno con Garibaldi».

___________________________

Didascalie

Pagina 30
CON «LAMBRETTA», IL SUO AMICO PIÙ CARO
Isola di Coluccia (Sassari). Angelo Sanna, conosciuto come ziu Agnuleddu, davanti alla soglia di casa. L'ottantenne proprietario dell'isola sembra intento a parlare con il suo cavallo, un vecchio animale chiamato Lambretta dai curiosi che ogni tanto approdano a Coluccia. Sanna vive tra galline, capre, maiali, cani. Non è mai andato nel continente.

Pagina 31
«NON VENDEREI QUESTA TERRA NEPPURE ALL'AGA KHAN»
Isola di Coluccia (Sassari). Angelo Sanna ha acconsentito a malincuore a farsi fotografare. «Ho fatto tanta fatica a crearmi questo angolo di pace» ha detto «e non vorrei adesso rovinare tutto con una pubblicità eccessiva». L'eremita non venderebbe l'isola per niente al mondo. «Ho già respinto un'offerta dei conti Donà Delle Rose e darei la stessa risposta all'Aga Khan in persona. Del conto in banca non saprei che farne perché qui ho tutto: vino, pesce. uova, latte, formaggi». L'unica persona che mette regolarmente piede a Coluccia è Mauro, un giovane pescatore che gli porta il pane dalla Sardegna.

Pagina 32
HA SCELTO L'ISOLA ANCHE PER DIMENTICARE UNA RAGAZZA
Isola di Coluccia (Sassari). Angelo Sanna indica un punto della sua isola dove si reca generalmente a pescare. «Ormai conosco ogni segreto di questa costa» dice «so dove ci sono le tane dei granchi e del polpi e non mi capita mai di tornare a mani vuote dalla pesca». Ziu Agnuleddu ci ha confidato che alla base della sua scelta ci fu anche, sessant'anni fa, una delusione d'amore. La compagna di scuola di cui s'era innamorato dovette improvvisamente cambiare città e per lui fu un colpo durissimo. «Ancora adesso» dice «ogni tanto mi ritorna in mente il suo volto e mi chiedo dove sarà finita».

Pagina 33
«NON HO PAURA DI VIVERE SOLO: IO E IL BUON DIO ABBIAMO UN FILO DIRETTO»
Isola di Coluccia (Sassari). In primo piano un generatore a vento di energia; sullo sfondo la casa colonica dove abita Angelo Sanna. L'isola (320 ettari) è priva di qualsiasi «modernità». «Ho soltanto una radio ricetrasmittente per poter comunicare con la Sardegna in caso di bisogno» dice Sanna «ma da·tempo si è rotta e non l'ho mai fatta riparare: la tengo li a gracchiare senza darmi troppo pensiero. Forse è un po' rischioso restare così lontano dalla civiltà, ma io non ho paura: io e il buon Dio abbiamo un filo diretto e non c'è bisogno di diavolerie meccaniche. Quando sarà giunto il momento lui mi chiamerà».



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